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Chi ha paura dell'immagine?

Chi ha paura dell'immagine?

Moda, memoria e intelligenza artificiale al Fuorisalone2026

Di Simone Cotellessa

Da Prada a Gucci e Jil Sander: tre visioni sulla memoria e sul futuro dell’immagine

 

Il Salone del Mobile a Milano è una di quelle certezze milanesi come il Natale, la Pasqua e Sant’Ambrogio, con annessi riti e pellegrini, una settimana in cui la città decide di prendersi sul serio nel modo più spettacolare possibile, con installazioni di compensato nei cortili e DJ set negli showroom di rubinetteria, e tutti che camminano veloci tra un aperitivo e un vernissage con l’aria di chi sta per assistere a una funzione religiosa senza il bisogno di doversi scambiare necessariamente un segno di pace.

In mezzo a tutto questo rumore bianco, è ormai prassi consolidata che anche la moda intervenga e dica la sua ma c’è da dire che se quello che la moda pensa del design è una questione tutto sommato minore, quello che la moda pensa di sé stessa, invece, è rivelatorio, e quest’anno più del solito. Il tema, non dichiarato ufficialmente ma leggibilissimo a chiunque si sposti tra un chiostro e una sacrestia con gli occhi aperti, è l’immagine, intesa come problema filosofico, come materia instabile, come territorio in cui il reale e il generato si confondono fino a rendere la distinzione non solo difficile ma forse irrilevante.

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Prada Frames e il potere dell’immagine tra reale e artificiale

 

Prada quest’anno ha portato il suo simposio Prada Frames nella sacrestia di Santa Maria delle Grazie, quella del Bramante, con l’Ultima Cena di Leonardo a fare da contraltare cosmico a pochi metri e gli armadi intarsiati di Domenico e Francesco Morone. Il titolo è “In Sight” curato ancora una volta da Formafantasma, con una serie di talk che affrontano il tema della produzione d’immagini come forza dominante della cultura contemporanea, la rappresentazione che scavalca il fatto, l’immagine come costrutto politico e materiale piuttosto che specchio neutro del reale. La scelta stessa del luogo non è affatto decorativa perché discutere di immagini vere contro immagini false, di macchine che generano pixel più reali del reale, tra l’altro in una stanza tappezzata di immagini nate in epoca premoderna per far vedere Dio a chi non sapeva leggere, è già un argomento.

Nella serata di apertura si susseguono sull’altare della Basilica Momtaza Mehri, poetessa somalo-britannica, vincitrice del Forward Prize con “Bad Diaspora Poems”, una di quelle voci che arrivano dall’angolo cieco della letteratura anglofona e ti trovano impreparato, anche quando pensavi di essere preparato, con la voce che entra negli angoli dove entrava il latino e con la sola arma suadente della poesia ti fa sbattere la faccia su quanto la fotografia oggi documenti e allo stesso tempo tradisca; Kate Crawford, l’autrice di “Atlas of AI”, che da anni spiega con pazienza quasi criminologa che i data center consumano acqua come città e che l’intelligenza artificiale ha un’infrastruttura fisica che assomiglia più all’estrattivismo coloniale che all’innovazione tecnologica, lasciandoti con la sensazione che il mondo sia più pesante di com’era un’ora prima, sotto lo sguardo giudicante di Santi e Madonne. E infine, Hania Rani, compositrice polacca, che fa quello che solo la musica sa fare: prende tutto ciò che è stato detto, tutto il peso degli argomenti e delle immagini e delle responsabilità, e lo porta in un posto dove le parole non arrivano più, che alla fine è l’unico posto dove certe cose possono essere davvero assorbite e non solo capite.

Gucci tra memoria e rappresentazione

 

Ai Chiostri di San Simpliciano, Demna risponde alla stessa domanda con un metodo opposto: prende i 105 anni di storia Gucci e li ricama su arazzi in stile Botticelli, con un’operazione amarcord che procede a ritroso lungo l’albero genealogico della doppia G, da Guccio Gucci a Sabato De Sarno, passando per Tom Ford, Alessandro Michele e Frida Giannini, sicchè la modernità si fa leggibile solo regressivamente e il presente si veste da passato per poter essere guardato senza disagio. Demna compare nell’ultimo pannello in giacca di pelle e cappellino da baseball, autoritratto tra i santi, con l’ironia esatta di chi sa di fare una cosa potenzialmente ridicola e la fa comunque con una precisione che disarma. Il fatto stesso che scelga il predigitale, il tessuto, la manifattura lenta, il gesto del ricamo, è anch’esso un commento sull’immagine, come se l’unico modo per fermarla, per darle peso, fosse ricondurla alla mano, al filo, alla materia che l’IA non può toccare.

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Jil Sander e il valore del passato

Ed è esattamente in questo punto che si inserisce anche Jil Sander. In Via Luca Beltrami, sessanta libri su leggii cromati, ognuno inondato dalla propria luce, i guanti bianchi consegnati all’ingresso come in un museo di arte antica, e una voce registrata che ogni tanto fa “shhh” come i bibliotecari di una volta, quelli che esistevano prima che le biblioteche diventassero spazi di coworking con macha caffè e poltroncine colorate. I sessanta volumi sono stati scelti da Sofia Coppola, Lykke Li, Dan Thawley, designer, pensatori, figure improbabili e complementari, ognuno a difendere un libro come si difende qualcosa di cui si sente l’imminente sparizione, semplicemente perché oggi l’immagine ha vinto, perché lo scroll ha vinto, perché il cervello ha imparato a volere pezzi brevi e luminosi invece di pagine che resistono.

Il risultato? In una settimana in cui ogni brand compete per produrre l’immagine più memorabile, la scelta di opporre al rumore visivo il silenzio di una pagina stampata è paradossalmente il gesto più forte e anche il più malinconico.

Dunque, tre risposte allo stesso problema, tre posture culturali che non potrebbero essere più diverse eppure convergono verso la medesima ansietà di come si rappresenta un’identità, in un momento in cui le immagini costano niente, durano trenta secondi e possono essere fabbricate senza mano umana.

Prada lo analizza in convegno, con la serietà di chi sa che capire il problema non equivale a risolverlo.

Gucci lo imbalsama, lo appende al muro e lo chiama memoria, che è già una risposta, in fondo, anche se non è la più rassicurante.

Jil Sander lo chiude tra le pagine di un libro e ti dà i guanti bianchi perché tu non lo sciupi.

 

L’intelligenza artificiale, intanto, osserva da qualche parte fuori campo, prende appunti, e aspetta.​​​​​​​​​​​​​​​​

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